28 maggio 2018

Il valore dell’essere se stessi

Antonella Bellutti non è solo due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Atlanta e Sidney, è anche una donna che non ha mai paura di dire quello che pensa; impegnata socialmente nella lotta contro le discriminazioni e le ingiustizie, combatte per i diritti delle donne e al contempo passa dalla Giunta del CONI all’essere coach. Eticità, determinazione e trasparenza sono solo alcune delle caratteristiche che contraddistinguono una campionessa morale e sportiva come Antonella che fa dei valori in cui crede la colonna portante della sua vita.

Antonella Bellutti, oro olimpico ad Atlanta 1996 e Sidney 2000, ora - tra le mille attività - coach motivazionale e testimonial per l’anno 2018 del Gruppo Kiwa Italia. Una sportiva dalle mille potenzialità, che vede le sue prime vittorie tra gli juniores dei 100 metri ad ostacoli. Ma i sette titoli giovanili non sono sufficienti per trattenerla tra i campioni dell’atletica leggera e così nel 1991, in seguito ad un infortunio, inizia a dedicarsi al ciclismo su pista. Con una medaglia d’argento a Bogotà nel 1995 e una medaglia di bronzo a Manchester inizia a colmare il proprio palmarès nella nuova disciplina, esperienze che la porteranno fino alle avventure di Atlanta e Sydney con i primi posti che la incoroneranno campionessa olimpica.

 

Lo Sport: un amore a prima vista.

La passione per lo sport nasce con lei, una bambina estremamente vivace che sognava di fare l’acrobata in un circo e sicuramente qualche danno in casa, nell’esercitarsi, l’ha fatto. Giunta poi alla scuola elementare, il primo grande segno: il maestro di ginnastica disse ai suoi genitori che non aveva mai visto nessuno correre e saltare così e le consigliò l’atletica leggera. Fu amore a prima vista. La pista rossa divenne casa sua, il gruppo con cui si allenava la sua famiglia e in cuor suo, a ogni corsa, provava la stessa identica sensazione, come se stesse per prendere il volo.

Lo sport è gioia, ma anche rinuncia. Ma si sa: quando c’è passione i sacrifici non si avvertono. E la sua passione è sempre stata immensa. Confessa che l’unica cosa che negli anni le è mancata è stata essenzialmente il tempo e le rammarica solo di non averne avuto di più per coltivare le altre sue passioni e sostenere meglio altri impegni.

 

Resilienza, coraggio, determinazione.

Dopo i primi successi in atletica leggera che la incoronano primatista tra gli juniores, giunge l’infausto infortunio, che con le parole di Antonella assume però un gusto diverso, meno amaro e pieno di coraggio. Nella sfortuna quell’infortunio diventa per lei il simbolo della resilienza, della difficoltà che diventa opportunità, del problema che si trasforma in risorsa. Una chiave di lettura che da sempre segna le sue esperienze e la sua vita.

L’infortunio cambia tutto e spinge Antonella a cimentarsi in un’altra disciplina, che grazie alla sua forza d’animo, la sua determinazione e il suo coraggio le darà soddisfazioni ancora più grandi. E così inizia a conquistare medaglie nel ciclismo su pista ai Mondiali del 1995, del 1996, fino a raggiungere il titolo di Campionessa Olimpica ad Atlanta, dove vince il torneo della disciplina a inseguimento sui 3 chilometri, distribuita in 4 giorni di gare. Antonella definisce quell’esperienza come “un lento realizzarsi di un sogno” che aveva sin da bambina, poi archiviato in un cassetto durante gli anni bui che l’avevano portata ad abbandonare l’atletica leggera, e che si era riacceso, forte, coraggioso e prorompente quando la sua vita aveva incrociato la bicicletta. Tagliare il traguardo della finale da vincitrice è per lei come percepire l’esistenza della forza creativa del proprio talento e della sua inarrestabile, imprevedibile, capacità di realizzarsi. Ed è questo il messaggio che si porta dentro da allora.

Nulla a che vedere con l’emozione che prova vincendo l’oro nella corsa a punti dei Giochi Olimpici di Sydney nel 2000, che fu diversa, e se possibile, ancora più intensa: dopo quattro lunghissimi anni, ritornare sul gradino più alto del podio era un sogno a cui non voleva lasciarsi andare; lo riteneva quasi un peccato di presunzione. Tante atlete in gara, molte le difficoltà, troppe le variabili per pensare che tutto potesse andare esattamente nella direzione del suo desiderio. E invece l’impossibile accade… Antonella percepisce quell’esperienza come un regalo dell’universo a cui lei, in quel momento, si sentiva di appartenere completamente. Come se fosse un’estensione infinita di se stessa: una sensazione potente, commovente, mistica. Tra le confidenze confessa che quell’esperienza meravigliosa le ha insegnato che non bisogna mai porre un freno ai propri sogni. L’ha resa perfettamente consapevole che “sognare” rappresenta una delle capacità più importanti per realizzarsi nella vita personale e professionale.

Sydney rappresenta l’ultimo podio della sua esperienza nel ciclismo su pista, disciplina abbandonata a fine 2000, che lascia nel segno di una intensa contrarietà nei confronti del doping e della disonestà che, dice, riempie questo mondo malato. Partecipa con coraggio e determinazione alle Olimpiadi Invernali del 2002, ma non più sulle due ruote, bensì come frenatrice nel bob di Gerda Weißensteiner.

Il valore dell’essere se stessi.

Nel corso degli anni e al di là delle esperienze agonistiche, l’impegno di Antonella si è orientato su più fronti, ma il denominatore è sempre rimasto uno solo: l’importanza del “rispetto”, intesa come educazione alla consapevolezza del valore e della dignità di ogni essere vivente e del suo contesto. Rispetto per se stessi, per gli altri, per l’ambiente, per le regole.

Antonella crede nell’essere e non nell’apparire. Lo sport insegna che il successo dell’esperienza sta nel vivere un percorso di crescita; che sviluppare una mentalità vincente significa mettersi in confronto costante e continuo prima di tutto con se stessi, nel rispetto delle regole; che la competizione con l’avversario è solo la naturale conseguenza. Un confronto onesto e trasparente che dà senso all’impegno.